venerdì 29 aprile 2011

"L'incanto speciale della città mi ha avvinto. Tutto il giorno ho vagato per Venezia in estasi. Ogni giorno scopro nuove delizie... Ma ciò che più di tutto mi è piaciuto qui è la quiete, l'assenza del baccano cittadino. Di sera alla luce lunare, sedersi alla finestra aperta, guardare Santa Maria della Salute, che si trova proprio di fronte alle nostre finestre, e a sinistra la laguna, è semplicemente un incanto"
(Tchaikovsky, 1877)

martedì 26 aprile 2011

Il Bucintoro, splendido naviglio dogale

Scarse sono le notizie sulla nascita e sull'etimologia di questa sontuosa imbarcazione, come pure è incerto il numero esatto dei Bucintoro che si sono avvicendati nei secoli.
Varie sono le supposizioni sull'origine del nome, ma la più attendibile si rifà al nome di un'antica imbarcazione detta burchio o burcio, che per via delle decorazioni in oro, divenne burcio in oro, e infine bucintoro.
E' molto probabile che nei primi anni di storia di Venezia, il doge usasse una semplice galea sottile, col passare degli anni e l'accrescersi della potenza della Repubblica, si desiderò dare maggiore fasto all'imbarcazione dogale. Il primo Bucintoro di cui si ha notizia certa è quello riprodotto all'interno dell'Arsenale nella pianta cinquecentesca eseguita da Jacopo De' Barbari, la cui data di costruzione si suppone fosse nei primi anni del Trecento. Certo è che all'epoca del De' Barbari, il naviglio era alquanto "anziano", si diede infatti ordine di costruirne uno nuovo. Abbiamo così notizia di un secondo Bucintoro, più volte raffigurato nelle tele di numerosi pittori. Questo naviglio, a differenza del primo, era impreziosito da sculture lignee.
Ma già all'inizio del Seicento si pensò alla costruzione di un terzo Bucintoro, il quale costò ben settantamila ducati (l'equivalente a circa due milioni di euro di oggi) e fu inaugurato alla Festa della Sensa del 10 maggio 1606.
L'ultimo Bucintoro fece la sua comparsa nel 1728, riccamente adornato di foglie d'oro zecchino, e sarà immortalato nei dipinti di Canaletto e di Guardi.
Il 9 gennaio 1798 i soldati francesi entrati in Arsenale, asportarono dal Bucintoro tutte le decorazioni, gli intagli, e le parti dorate, poi portarono l'imbarcazione a San Giorgio Maggiore, sul sagrato della chiesa, e la bruciarono.

(Fonte: M.C. Bizio)

venerdì 22 aprile 2011

Cortigiane e meretrici a Venezia

Fin dal 1360 nei pressi della Chiesa di San Matteo (oggi non più esistente) fu aperto il "Castelletto di Rialto", luogo dove la magistratura veneziana della Quarantia decise di concentrare le numerose meretrici cittadine. Il bordello pubblico fu chiamato "Castelletto" forse perché costituito da case alte come torri. Col tempo il Castelletto ebbe regole ben precise sugli affitti, sul tempo di lavoro: non oltre le due del mattino, sui periodi di uscita: solo il sabato e con il capo coperto da fazzoletto giallo... Ma come si può intuire, il controllo non era facile, e la crisi della zona si aggravò con l'incendio di Rialto del 1514, costringendo le meretrici a sparpagliarsi per la città. Alcune di queste si rifugiarono nella zona dove aveva palazzo la famiglia Rampani. Abitando nella zona di Ca' Rampani, furono soprannominate "Carampane"; probabilmente non più troppo attraenti, diedero origine al detto "ti xe una vecia carampana", usato ancor oggi per indicare una donna dall'aspetto non più gradevole.
Categoria a parte costituivano le cortigiane. Pur esercitando anch’esse la prostituzione, le cortigiane si distinguevano socialmente non solo perché potevano contare su lauti guadagni e protezioni influenti, ma anche in virtù della loro cultura e talvolta anche del talento artistico e letterario che erano libere di esercitare pubblicamente proprio grazie alla loro particolare condizione.
Nel 1500 esisteva addirittura un catalogo delle cortigiane con tanto di indirizzi e prezzi indicati! La più celebre era senz’altro Veronica Franco, nata da famiglia benestante si sposò giovanissima con un medico, ma abbandonò presto il letto coniugale per darsi alla vita libera; era anche poetessa e di buona cultura, aveva diverse amicizie tra letterati e nobili, venne anche ritratta da Tintoretto. Quando Enrico III re di Francia venne in visita a Venezia nel 1574 volle conoscerla e trascorse una notte con lei. A ricordo dell’incontro Veronica donò al re il proprio ritratto e due sonetti.  A 40 anni abbandonò l’attività e fondò un ricovero per ex prostitute chiamato “del soccorso”.

giovedì 21 aprile 2011

"A Venezia farei una vita tranquilla e ritirata, come un angioletto. Ancora recentemente scrivevo a Franz Overbeck che amavo un solo luogo sulla terra: Venezia!
(Nietzsche, 1887)

lunedì 18 aprile 2011

Le origini del turismo a Venezia

La vocazione turistica di Venezia ha origini lontane. Già nel 1179 la Serenissima ottiene da Alessandro III la remissione dei peccati per chi si reca in pellegrinaggio alla Basilica di San Marco. Molto prima quindi del 1300, quando Bonifacio VIII istituì il primo Giubileo e proclamò l'indulgenza plenaria per i pellegrini a San Pietro in Roma.
Ma ancor prima, nell'anno 997, Pietro Orseolo II decretava la Festa della Sensa, in memoria della conquista della Dalmazia, in occasione della quale veniva allestita una grande fiera in Piazza San Marco con l'esposizione dei prodotti artigianali locali; fiera destinata a diventare celebre in tutta Europa.
Al connubio dell'indulgenza con la ricca fiera dei prodotti veneziani, va aggiunto naturalmente il richiamo del particolare fascino della città stessa, così diversa da qualunque altra città del mondo conosciuto.
Con le crociate sorgono, parallelamente al servizio di trasporto dei Cavalieri e dei pellegrini sulle navi veneziane, tutta una serie di servizi ad esse connesse. In Riva degli Schiavoni operavano i "Tholomarii", sorta di tour operator ante litteram, che assistevano i viaggiatori per trovar loro alloggio, imbarco e la fornitura dei beni necessari per la traversata in mare.
Al fine di regolamentare la materia e prevenire l'abusivismo (!) e gli imbrogli, il Maggior Consiglio nel 1255 affrontò la questione con il "Capitulum Peregrinorum" che definiva chi e come poteva operare in questo campo. Per farsi un'idea del volume d'affari che comportava questo antenato del turismo, basti pensare che i soggiorni di questi viaggiatori in città si prolungavano mediamente per un mese, e nel solo anno 1384 si effettuarono circa 600 trasporti per la Terra Santa; il prezzo variava dai 24 ai 32 ducati per la sistemazione sul ponte della nave, e dai 40 ai 50 ducati per viaggiare al coperto nella stiva.

(fonti: Fuga & Vianello)

giovedì 14 aprile 2011

“Più di tutto mi è stata congeniale Venezia. Qui le persone sono sollevate dalle normali condizioni di vita ed è come se non fossero più persone. Nonostante sia quasi un bazar, Venezia non diventa mai volgare, Il fascino di Venezia sta proprio nel fatto che questa città non serve, dirò di più: è inutile. E ancora: è una città unica, senza rumori, senza polvere. È meraviglioso il fatto che sia suddivisa in due parti: una parte per tutto ciò che è sotterraneo, la città dei canali, e una città per la gente, che sono le strade. Era il sogno di Leonardo! Usano le gondole soltanto gli stranieri e i proprietari molto ricchi. Il veneziano medio vive sulla strada. Non avendo spazio in larghezza, i veneziani si espansero in profondità, nel particolare, nella miniatura. Ogni particolare nelle loro costruzioni è interessante, e sono proprio i particolari a essere meravigliosi. Fra i pittori qui mi hanno incantato Bellini e Tintoretto… Siamo riusciti a conoscere Venezia così come conosciamo Mosca (eravamo in tre: io, mia moglie e Nadja, la sorella), l’abbiamo amata, siamo stati orgogliosi di quanto abbiamo potuto conoscere e amare. Finora di tutta l’Italia ho nostalgia solo di Venezia… ‘
(Valerij J. Brjusov, 1902)

martedì 12 aprile 2011

San Polo e la balestra

L'andamento curvilineo dei palazzi che si affacciano su Campo San Polo è la testimonianza dell'antica presenza di un rio: era il Rio di S. Antonio o delle Erbe, presente fino al 1761, quando fu interrato con la conseguente eliminazione dei ponti privati. In un dipinto di Joseph Heinz del 1648 conservato al Museo Correr è rappresentato l'antico assetto del campo e lo svolgimento della caccia al toro.
Campo San Polo, per la sua vastità, non solo ospitò in più occasioni la suddetta caccia al toro, ma fin dai tempi più remoti fu sede di mercato, prima al mercoledì e poi al sabato, ed inoltre vi era un bersaglio per il tiro con la balestra. Venezia infatti obbligava tutti i giovani tra i quattordici ed i trentacinque anni ad esercitarsi al tiro con la balestra almeno una volta alla settimana.
Quest'arma era molto amata dai veneziani perché si poteva manovrare velocemente, ed il suo uso perdurò sulle navi della Repubblica anche dopo l'introduzione delle armi da fuoco, rivelandosi cruciale in alcune celebri battaglie marine.

venerdì 8 aprile 2011

Gli Esecutori contro la bestemmia

Sul muro retrostante la Chiesa di San Giacomo dall'Orio vi è una lapide, datata 12 agosto 1616, dove si proibiscono i giochi nelle vicinanze della chiesa, firmata dagli Esecutori contro la bestemmia.
I veneziani fin dalla seconda metà del Duecento, punivano severamente i bestemmiatori. Lorenzo Priuli, nei suoi "Diarii", agli inizi del Cinquecento, ricorda che a Venezia "due cose erano molto difficili da disfare: la bestemmia ed i vestimenti alla francese". Lo stesso Marin Sanudo racconta che il 5 maggio 1519, tre persone che bestemmiarono nell'osteria del Bo a Rialto furono condannate al taglio della lingua.
Fu così che nel 1537 fu istituita una specifica magistratura: gli Esecutori contro la bestemmia. Erano in numero di tre e venivano eletti dal Consiglio dei Dieci. Già nell'aprile del 1539 il Consiglio affidò agli Esecutori anche la punizione di reati relativi al gioco, agli scandali e alla tutela della moralità e del decoro.
Tra il 1586 e il 1627 si ebbero ben 250 denunzie! E i processi erano un centinaio l'anno.
L'importanza di questa magistratura è sottolineata dal fatto che era l'unica che poteva accettare denunce anonime.
Per capire questo notevole sforzo contro la bestemmia bisogna rifarsi alla sensibilità religiosa del Cinquecento: sono anni segnati da guerre, carestie ed epidemie, si fa quindi pressante il bisogno di ingraziarsi il favore divino, eliminando tutto ciò che ne poteva provocare la vendetta.

mercoledì 6 aprile 2011

“Venezia, Venezia! Mi pare che solo ripetendo questa parola io riesca a vedere le sue luci… Sa, ora io non vorrei avere dei quadri di Venezia (al diavolo la dama di Tiziano che si libra in cielo!) bensì i nervosi violini veneziani… e le luci, le luci sull’altra riva, le gondole aperte, aguzze, nere, che di notte t’immagini non nere… L’acqua nera del canale, la camicia bianca del gondoliere, e alla svolta di ignoti ‘canaletti’, in mezzo a questi che non capisci se sono palazzi o covi, le grida gutturali dei barcaioli. Vorrei la Venezia serale, notturna… invisibile, oscura, passata… Cade una lieve pioggia… che bello! Cadi pure! La gente dorme… dormite pure! E tu, mia barca, naviga silenziosamente, piano, e tu, uomo che respiri pesantemente, non chiedere dove portarmi… Tutto mi è indifferente”
(Innokentij F. Annenskij, 1890)

lunedì 4 aprile 2011

I Sestieri di Venezia

Venezia, fin dal 1171, fu divisa in sei zone, denominate sestieri. Questa divisione della città  fu attuata dal doge Vitale Michiel II. In quel periodo si rese necessario l'allestimento di una flotta di 120 navi armate per affrontare le operazioni belliche dell'Imperatore Emanuele Comneno. Allo scopo si impose ai cittadini una tassa straordinaria per far fronte alle ingenti spese, la città fu quindi divisa in zone affinché la Magistratura preposta (gli "Imprestidi") potesse meglio verificare la disponibilità economica di ciascun abitante e provvedere, a guerra finita, alla restituzione delle somme riscosse.
Il "sestiere" corrisponde quindi al "quartiere" delle altre città, che rappresentava la quarta parte dell'accampamento romano diviso da cardo e decumano, schema urbano di un gran numero di centri abitati d'Europa.

Questi i sei sestieri di Venezia:
- Cannaregio: così denominato perché anticamente erano presenti dei canneti;
- Castello: ha preso il nome da un fortilizio ormai scomparso attorno a cui si sviluppò un primo nucleo abitativo;
- Dorsoduro: probabilmente il suo nome richiama le compattezza delle isole di questa zona;
- San Marco: prende il nome dalla basilica dedicata al Santo;
- San Polo: dal nome della chiesa ancora presente;
- Santa Croce: dal nome della chiesa omonima demolita nel 1810.

La Repubblica adottò questo schema di suddivisione anche in alcuni suoi possedimenti, ad esempio la stessa isola di Creta era divisa in sei sestieri.
Una leggenda, che resiste ancora oggi, afferma che il pettine di sei denti del ferro da prua delle gondole rappresenti i sei sestieri, ma non vi è alcuna evidenza storica-documentale che avvalli tale ipotesi.

venerdì 1 aprile 2011

L'Ultima Cena giudicata dall'Inquisizione

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L'allarme dell'incendio si sparse nella notte del 14 febbraio 1571 in campo San Zanipolo, ma nonostante il rapido intervento degli uomini della Serenissima, non si riuscì a salvare il refettorio del convento di San Giovanni e Paolo. La perdita più grave fu la distruzione della tela di Tiziano che vi era contenuta: L'Ultima Cena.
Un'indagine condotta subito dopo l'incidente stabilì che la causa dell'incendio era da imputare ad alcuni soldati tedeschi che bivaccavano nei magazzini posti a fianco del refettorio. Nei giorni successivi vi fu una vera e propria gara di solidarietà nei confronti dei frati, ai quali vennero donate importanti somme di denaro per la ricostruzione della sala. Ma come sostituire la perduta tela di Tiziano? Chi avrebbe potuto eseguire un'opera degna del grande artista?
Dopo lungo dibattere, venne alla fine scelto Paolo Caliari detto il Veronese.
Paolo dovette sentirsi particolarmente libero di interpretare il tema dell'Ultima Cena, dopo aver eseguito diversi lavori su commissione della Repubblica, giacché diede vita alle più ardite soluzioni che la sua fantasia gli suggeriva. Tra i personaggi inseriti nella tela dipinse anche i due soldati tedeschi ritenuti responsabili dell'incendio, raffigurandoli con un bicchiere di vino in mano.
Ma non si limitò a questo e inserì tra gli ospiti della cena nani, buffoni, mori, pappagalli, cani e perfino un irriverente personaggio intento a pulirsi i denti con una forchetta dietro ad una colonna!
Alla vista del singolare dipinto i frati però non gradirono l'eccessiva libertà di interpretazione e dettero vita ad un aperto dissidio con il Veronese. Alla fine ne nacque addirittura una denuncia all'Ufficio Inquisitore.
Il processo è ampiamente documentato presso l'Archivio di Stato di Venezia. Il dialogo tra il pittore e gli inquisitori, e la sentenza finale, segnano un momento decisivo nella storia dell'arte. Il pittore, per primo nella storia, difese la sua libertà d'espressione artistica, rivendicando il diritto dell'artista a mostrare la realtà secondo la sua sensibilità. Queste le sue esatte parole: "Nui pittori si pigliamo licentia che si pigliano i poeti et i matti".
Alla fine il Veronese riuscì ad evitare la condanna per eresia, e il tutto si risolse con la semplice imposizione di cambiare il titolo dell'opera, che divenne così "Cena a casa Levi".