sabato 17 gennaio 2015

Ermolao Barbaro e la cultura pragmatica veneziana

Nel 1484, Ermolao Barbaro crea a Padova il primo orto botanico d'Italia.
Questo è solo un episodio nell'attività di un personaggio multiforme, attorno al quale di possono accennare i tratti salienti di una nuova cultura, con tendenze più scientifiche che letterarie, anzi, proprio pragmatiche e tecniche.
Il patriziato colto a Venezia non è un circolo accademico come nella Firenze medicea; o accademico-curiale come nella Roma pontificia; o cancelleresco-cortigiano come nella Milano viscontea-sforzesca o nella Napoli aragonese. E' invece un gruppo, attraverso le generazioni, di persone autorevoli, indipendenti moralmente e materialmente, che subordinano la loro attività di lettori e scrittori al servizio dello Stato, dedicando ai libri il tempo che risparmiano nell'attività politico-amministrativa e nelle missioni diplomatiche.
Ermolao Barbaro, figlio e nipote di personaggi di questo tipo, nasce a Venezia nel 1453, e fin da ragazzo intreccia ottimi studi a viaggi col padre, ambasciatore di Venezia a Napoli, a Milano e a Roma.
Entrato ben presto nelle massime magistrature di Venezia, è anche professore a Padova.
Coetaneo del Poliziano, ha con lui rapporti amichevoli e distesi, un poco più polemici ma di stima con Giovanni Pico della Mirandola.
Se a spanne, la cultura della Firenze medicea è “platonizzante”, Ermolao Barbaro studia piuttosto Aristotele e Plinio il Vecchio, e può considerarsi uno scienziato, un precursore del metodo sperimentale (almeno, tale lo considereranno Linneo e Leibniz).
Se si considera Ermolao Barbaro come un “umanista esclusivo” e si sfogliano certe sue opere piuttosto che altre, è impossibile rendersi conto della sua importanza; l'importanza stessa dell'intera cultura veneziana è difficile da cogliere in una prospettiva fiorentino-centrica come quella che la storia italiana ha ancora in gran parte al giorno d'oggi.
E' giusto sapere che sarà allievo di Ermolao Barbaro un certo Pietro Bembo.
Gli anni del Barbaro sono gli anni dei Bellini, di Carpaccio, di Giorgione,
Il quadro del Giorgione, I tre filosofi, mostra un giovane che dà le spalle a due gravi personaggi con barba e turbante (rappresentanti del pensiero greco ed arabo) e volge lo sguardo verso una grotta. Quel giovane è Ermolao Barbaro.


domenica 4 gennaio 2015

Ramusio e la nascita della geografia moderna

Nel 1439, Cosimo de' Medici il Vecchio riesce a manovrare affinché il concilio, iniziato a Ferrara, sia trasferito a Firenze. Cosimo sa che questo è essenziale per il prestigio suo e della sua città.
In quegli anni il papa Eugenio IV ha fissato la sede papale in Firenze.
Col concilio giunge a Firenze la schiuma della terra, potremmo fare molti nomi, che danno suoni più o meno altisonanti, per esempio il cardinale Bessarione e Giorgio Gemisto Pletòne: uomini dottissimi che da Costantinopoli portano sangue fresco nelle vene degli umanisti, avidi di aggiungere la conoscenza del greco a quella del latino.
Firenze (assieme a Venezia) è terra più grecizzante d'altre, fin dai tempi del Crisolòra.
Cosimo il Vecchio crede anche al greco come elemento di prestigio, e approfitta dell'occasione per porre le basi di una Accademia Platonica con interessi filosofici, della quale sarà gran capo, negli anni seguenti, Marsilio Ficino.
Mentre Cosimo il Vecchio pensa al prestigio che gli può venire dal concilio, dalla letteratura greca e dalla filosofia, altri vedono il mondo con colori diversi e pensano per esempio alla geografia.
Ci son persone di diversa, non minore intelligenza, a Firenze in quegli anni, che pensano alla geografia. Uno è Paolo Dal Pozzo Toscanelli, amico di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti.
Vien costretto ad occuparsi di geografia anche Poggio Bracciolini. Per ordine del papa Eugenio IV deve frequentare un mercante veneziano, Niccolò dei Conti.
Questo Niccolò dei Conti è nato verso la fine del Trecento e morirà, forse a Chioggia, nel 1469.
E' partito da Damasco in Siria nel 1414 per un viaggio commerciale in Oriente durato ventitré anni. Ventiquattro anni era durato il viaggio di Marco Polo.
A differenza di Marco Polo, Niccolò dei Conti ha ritenuto utile farsi musulmano, e viene qui a Firenze nell'anno 1439, per farsi perdonare dal papa. Il papa gli concede il perdono a patto che racconti a Poggio Bracciolini la storia del suo viaggio in Oriente.
Si riproduce dunque (anche se non spontaneamente, bensì per ordine pontificio) la situazione del 1298, quando Marco Polo raccontò la storia del suo viaggio in Oriente a Rustichello da Pisa.
Nel 1298 ne era nato un capolavoro, in questo anno 1439 (colpa di Niccolò dei Conti? colpa di Poggio Bracciolini?) ne nasce un libretto che ha un successo molto limitato.
Il libretto di Poggio Bracciolini, scritto in latino, entra in una delle sue opere, De varietate fortunae. Poi viene ristampato a sé, come estratto, sempre in latino, col titolo India recognita, da un tipografo tedesco che lavora a Cremona.
I libri che i tedeschi (inventori della stampa a caratteri mobili) stampano a Cremona in latino, li leggono in Portogallo. Il libro tedesco-cremonese-fiorentino-veneziano viene tradotto in portoghese.
Il grandissimo veneziano Giovan Battista Ramusio (1485-1557) ha sentito parlare del concittadino Niccolò dei Conti, e sa come cercare i libri, ma non riesce a trovare né il libro De varietate fortunae, né l'estratto tedesco-cremonese. Trova infine  l'edizione portoghese, e ritraduce dal portoghese al veneziano.
Oggi possiamo leggere Niccolò dei Conti nel testo del Ramusio.
Giovan Battista Ramusio fu diplomatico, geografo e umanista della Repubblica di Venezia e fu l'autore del primo trattato geografico dell'età moderna, titolato Delle navigationi et viaggi. L'idea di comporre questo trattato risale al periodo in cui Ramusio ebbe l'incarico di prendere contatti con il navigatore Sebastiano Caboto, figlio di Giovanni Caboto.
Nella descrizione del viaggio di Niccolò dei Conti ci troviamo diverse cose interessanti: egli giunge fino a Giava e Sumatra. Vediamo le mogli dei maragià salire sul rogo con la salma dello sposo, conosciamo la crudeltà dei malesi, e l'amok (c'è sulle enciclopedie, non c'è nei libri di Salgari... se non volete ch'io parli di Salgari, parlerò sanscrito: il maragià è il maha-raja, corrispondente al latino magnus rex).
Ma non abbiamo un capolavoro come il Milione. Sarà invece uno dei testi sui quali si baserà Ramusio per la stesura del suo testo fondamentale nella storia della geografia.